I dati raccolti sono stati analizzati da Andrea Belluscio dell’Università La Sapienza di Roma: “Nei cinque siti in cui si sono potute fatte immersioni sono state censite 51 cernie brune e 8 cernie dorate. Integrando questi dati con quelli raccolti dai biologi di Roma e Ventotene, e in base anche all’esperienza degli operatori dei diving locali, possiamo dire che Continue Reading »
Benedetta Piacenti, staff Diving World: “Abbiamo avuto una buona risposta e molti sub erano curiosi. Molti non sapevano d’essere in una riserva marina, quindi il Cernia Day è stata una buona occasione per informarli”
Valentina Marengo, biologa dell’Università di Roma: “I sub erano molto incuriositi dalle abitudini molto curiose della riproduzione.”
Giulio Venditti e Daniele Monti, del Centro Sportivo Castro Pretorio: “Abbiamo visto molto interesse nonostante le condizioni ambientali fosser difficili. E anche io, che sono un istruttore, ho imparato a osservare meglio le cernie, che pure sono i miei pesci preferiti: d’ora in avanti farò molto più caso ai colori e alla livrea, che indica lo stato d’animo dell’animale e a volte il sesso”.
Claudio Giardini, Sub Tridente Pesaro, a Ventotene con 42 sub di tutti i livelli: “Bella iniziativa, per noi è stata una sorpresa. Per noi è stato interessante perché fornisce uno scopo e uno spessore diverso alle immersioni”
clicca qui per una carrellata di immagini della giornata
La cernia bruna è un pesce pantofolaio: trascorre la sua esistenza nei pressi della tana, che abbandona soltanto per cacciare o quando si trasferisce a profondità più elevate, dove l’acqua è più tranquilla, per svernare. Pur essendo un pesce fortemente territoriale, la cernia non è aggressiva nei confronti dei suoi simili e può così accadere che le tane siano condivise da più individui.
Vive su fondali rocciosi molto articolati, in particolare lungo franate e pareti che presentino grotte o cavità adeguate alla sua mole e che soprattutto garantiscano un rifugio inespugnabile e una via d’uscita secondaria per svignarsela in caso di pericolo. Questo tipo di fondale, oltretutto, promette una notevole abbondanza di cibo per un pesce carnivoro come la cernia che si nutre di crostacei, piccoli pesci, seppie e polpi, che caccia durante il giorno risucchiandoli con un rapido scatto della bocca.
Famosa “trans” del mare, la cernia nasce femmina e diventa… Continue Reading »
In principio era un uovo. Che poi fu fecondato: da quel momento la piccola cernia iniziò a crescere e non si fermò più fino alla fine della sua vita.
Tre giorni dopo la schiusa ed esaurite le scorte del sacco vitellino lasciatele dalla madre, la cerniotta, lunga appena pochi millimetri, andò a cercarsi il cibo da sola. Riuscì a trovarne in abbondanza e anche a sfuggire alla quantità di bocche affamate per le quali essa stessa rappresentava un boccone prelibato e così crebbe velocemente: in un anno aveva raggiunto circa i 17 cm. di lunghezza per pochi etti di peso.
Festeggiò il suo primo chilo attorno al 5° compleanno, quando ebbe raggiunto i 40 centimetri; nell’estate di quell’anno ebbe i primi contatti col sesso maschile e cominciò a riprodursi. Continue Reading »
Centinaia d’occhi aperti sott’acqua, il 26 e 27 settembre 2009, a Ventotene in occasione del Cernia Day organizzato dall’Area Marina Protetta Isola di Ventotene e Santo Stefano e dalla Pro Loco di Ventotene con la collaborazione del Diving World Ventotene e del Ventotene Diving Academy.
Sotto il coordinamento scientifico di Andrea Belluscio dell’Università La Sapienza di Roma, i sub si sono immersi per realizzare un censimento visivo della cernia, l’animale simbolo di ogni riserva marina. Decine di sub armati di schede identificative hanno contato il numero e dimensioni delle cernie osservate, nonostante il vento avesse reso impraticabile gran parte dei siti migliori.
Perché la cernia bruna? Perché è al top della catena alimentare: la sua presenza è indice che l’ambiente è in buona salute ed è protetto. Le cernie sono infatti da sempre la preda regina dei pescatori, soprattutto quelli subacquei. La sua presenza, insomma, è una buona misura dell’efficacia della protezione all’interno della AMP.
Ma, soprattutto, perché è la cernia è un pesce carismatico, di grandi dimensioni (può arrivare a più di un metro e oltre 50 anni di età) e con una storia particolare (nasce cernia e diventa… cernio – ne parleremo nel prossimo post). Naturale che sia anche il preferito dai subacquei! Al di là dell’obiettivo scientifico, infatti, l’intento degli organizzatori è stato anche di fornire ai subacquei che frequentano Ventotene l’occasione e gli strumenti per osservare il mare con occhi più consapevoli: che è poi, o dovrebbe essere, uno degli obiettivi fondamentali di ogni Area Marina Protetta.
Feniglia, spiaggia dell’Argentario, in Toscana. Quest’estate centinaia di meduse hanno nuotato accanto ai bagnanti. Nessun problema, visto che la medusa polmone (Rhizostoma pulmo) è poco urticante.
Ma una sorpresa aspettava chi si fosse soffermato per un attimo a osservarle con più attenzione: molte di esse avevano a bordo dei passeggeri – uno, due, fino a sei granchi, piccoli e grandi, sotto il mantello o annidati fra le braccia.
Chi sono questi granchi? Non lo sappiamo ancora: Nando Boero, professore dell’Università di Lecce che si occupa di meduse, dopo aver consultato la sua bibliografia ha ammesso che di questa simbiosi si sa poco o nulla.
L’unica cosa che possiamo dire per ora è che sono dei granchi “nuotatori”: se guardate l’ultimo paio di zampe, quelle posteriori, noterete delle palette fatte apposta per nuotare. E’ così che si spostano alcuni granchi di sabbia: a volte per andare da un luogo all’altro, a volte per inseguire piccoli pesci.
Annidato in una nuvola di gelatina, avvinghiato alle braccia della medusa, il granchio osserva il mondo oltre il confine del suo universo trasparente. Il suo orizzonte è racchiuso fra le braccia spugnose e il mantello pulsante della medusa polmone, che al granchio offre rifugio dai pericoli, trappola per il cibo, casa galleggiante sugli abissi.
Non è solo: come satelliti senza orbita, piccoli pesci precedono la medusa pronti a tuffarsi fra le sue braccia – per loro amiche, per gli altri meno – all’arrivo dei predatori.
La medusa pulsa e il microcosmo va, spinto dal mantello sfrangiato e di un viola inaspettato. Un’altra la segue, una la precedeva e altre ancora vagano poco più in là: non vengono mai sole ma viaggiano, cieche e inconsapevoli, in sciami spinti e riuniti dalle correnti, dalle onde, dal vento.
Sono migliaia lungo questa spiaggia; milioni in questo mare, miliardi in tutto il Mediterraneo. Sempre più numerose riempiono il mare. Con fastidio dei bagnanti (non in questo caso: la medusa polmone, che è anche la più grande del Mediterraneo, è pressoché innocua per l’uomo), ma con soddisfazione dei pochi e appassionati “jelly watchers”.
Non più solo i bagnanti: anche gli scienziati tengono ora sotto controllo le meduse. Un problema -soprattutto quello della Pelagia, la medusa rosata dai lunghi filamenti, la più urticante di tutte le specie mediterranee – che ciclicamente assume dimensioni di piaga biblica. Come negli ultimi anni quando, trasportata da vento e correnti, ha riempito baie e coste di Spagna, Sicilia e Sardegna colpendo migliaia di bagnanti. Un problema mondiale: dal Giappone all’Africa, dall’Alaska all’Australia, ovunque si registrano invasioni di meduse. Per i turisti è un fastidio, per il mare è un problema e per gli scienziati un chiaro segnale che l’ecosistema sta cambiando molto rapidamente.C’è voluto qualche giorno – scusate il ritardo! – ma ecco qui il resoconto della conferenza stampa di presentazione del piano d’azione europeo sugli squali, il documento programmatico con cui l’UE intende gestire animali seriamente in pericolo: il 42% delle specie mediterranee è infatti a rischio estinzione.
La conferenza – Qui sotto un breve video di tre minuti del discorso del commissario Borg che illustra il piano (il video è in inglese; qui invece l’integrale della conferenza stampa di Borg tradotta in italiano).
Per saperne di più sugli obiettivi del piano, leggi il post di SharkNews, il giornale degli squali
Qualche problema di connessione, per cui non riesco a raccontarvi tutto ancora. Nel frattempo ecco almeno l’immagine del “ministro della pesca” Joe Borg mentre illustra il piano d’azione UE degli squali
Questa volta ci siamo: dopodomani, giovedì 5 febbraio, la Commissione Europea presenterà il piano d’azione dell’UE per gli squali. Noi ci saremo, perché da anni ci occupiamo di questi animali: raccontandone al pubblico in decine di articoli, SharkNews il giornale online sugli squali e un libro per ragazzi, e studiando la loro presenza in Mediterraneo col progetto MedSharks. Ci saremo, e vi racconteremo. Perché si tratta di un avvenimento importante per il Mediterraneo e i suoi squali, pedine importantissime del suo ecosistema.
Cos’è questo piano d’azione? E perché è necessario?
Qual’è il problema? – Le nostre popolazioni di squali sono fra le maggiormente compromesse al mondo: un terzo delle specie europee sono a rischio estinzione, percentuale che in Mediterraneo sale al 42%. L’Europa è parte del problema: i paesi europei sono fra i maggiori pescatori (Spagna e Portogallo in testa) e consumatori (Italia, soprattutto!!) di squali al mondo. Per saperne di più sulle ragioni di questo declino, clicca qui
Quale potrebbe essere (una) soluzione: il “ministero della pesca” dell’UE ha elaborato un piano d’azione per migliorare lo stato delle nostre popolazioni di squali. Verrà presentato in conferenza stampa giovedì 5 febbraio a Bruxelles.
Cosa vorremmo da questo piano? - Innanzi tutto che fosse basato sulla scienza (e non solo sulla politica!) e che tenesse conto delle necessità degli animali. Inomma, dovrebbe:
• ridurre significativamente le catture di squali
• proteggere le specie di squali e razze in pericolo d’estinzione
• promuovere un bando totale del finning
Giovedì è una tappa importante. Ma non è l’ultima: prima di entrare in vigore, il piano dovrà essere vagliato e approvato dai ministri europei della pesca. Per questo le 60 associazioni della Shark Alliance hanno lanciato una raccolta firme (in Italia siamo oltre 10.000, in Europa circa 100.000) per convincere i ministri ad approvare un piano che tuteli seriamente questi animali.
Se non lo hai ancora fatto, firma anche tu: sono gli ultimi giorni!

avvistamenti censimento
Simone Panigada, Giancarlo Lauriano e Nino Pierantonio ci mandano un messaggio:
“Stiamo lasciando la Corsica per il cattivo tempo previsto per tutta la prossima settimana. Riprenderemo il censimento fra 8-10 giorni facendo base ad Albenga (Aeroporto Villanova). Nella figura accanto potete intanto osservare gli avvistamenti di delfini in bianco e di pesci luna in rosa. Abbiamo visto alcuni tursiopi (in quattro occasioni) e un odontocete.
I risultati finora sono interessanti, l’assenza di avvistamenti di balene e di altre specie (grampi, globicefali, capodogli) richiede qualche riflessioni e pone nuovi interrogativi. L’elevato numero di pesci luna avvistati ci consentirà di fare una prima stima della loro densità.
Per quanto riguarda la superficie analizzata: abbiamo terminato il settore sud-ovest, gran parte del settore orientale e abbiamo ancora dei trasnetti da compitere nel settore nord e nord-ovest.”
Per ulteriori informazioni leggete il blog dell’Istituto Tethys
In attesa di un tempo che non migliora, approfondiamo con Nino Pierantonio uno degli aspetti più interessanti dei cetacei: la loro “vocalità”. Nino, infatti, si occupa da anni di registrare i suoni prodotti dai cetacei.
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Gli oceani sono ricchi di suoni di origine biologica e il motivo per cui noi umani non riusciamo ad ascoltarli e apprezzarli è dovuto principalmente al fatto che le fonti sonore, i tipi di suoni, il mezzo in cui i suoni si propagano, non si confanno alle nostre capacità uditive. L’orecchio umano e insieme ad esso i nostri organi di produzione vocale, si sono infatti evoluti in un ambiente aereo le cui caratteristiche sono completamente differenti da quelle dell’ambiente acquatico.
Nell’acqua la propagazione dei suoni risulta essere molto più efficiente di quella in ambiente terrestre; la densità dell’acqua di mare – circa 800 volte superiore a quella dell’aria – la continuità, l’elevata velocità di propagazione – circa 1500 metri al secondo – la scarsa attenuazione delle onde sonore con la distanza e la quasi totale assenza di ostacoli fisici fanno dell’ambiente marino un mezzo ideale per la propagazione sonora e quindi per la comunicazione acustica.
Gli organismi acquatici, infatti, nel corso della loro evoluzione biologica si sono ben adattati a vivere in un mezzo dalle caratteristiche così peculiari e hanno sviluppato una complessa capacità di produrre, ricevere ed analizzare i suoni. Anzi, per alcuni gruppi come i cetacei e i pinnipedi e alcune specie di pesci, la produzione di suoni è divenuta il principale mezzo per comunicare e rimanere in contatto con i propri simili in un ambiente in cui anche la vista, alle grandi profondità, è limitata a pochi metri di distanza o addirittura assente.
Per quanto riguarda in particolare i cetacei, la comunicazione acustica in questo gruppo viene utilizzata in diversi ambiti, quindi molte specie hanno sviluppato la capacità di produrre diverse tipologie di suoni in funzione del contesto e dell’obbiettivo da raggiungere.
IL CAPODOGLIO – Ad esempio tra gli odontoceti il capodoglio ha sicuramente un comportamento acustico molto caratteristico. Questa specie, come molte altre, ha sviluppato la capacità di ecolocalizzare; è in grado cioè di produrre brevi impulsi chiamati click per individuare le prede, inseguirle e catturarle. Il meccanismo grazie al quale questi suoni vengono prodotti non è ancora del tutto chiaro ma sembra addirittura che, grazie alle loro caratteristiche intrinseche, le vocalizzazioni contengano un’elevata quantità di informazioni utili all’animale per capire le dimensioni e la forma della preda, la sua posizione e direzione relativa e addirittura di che specie si tratta. Il capodoglio, oltre ad ecolocalizzare, può produrre un’ampia varietà di serie di click utilizzati, ad esempio, in contesti sociali e per comunicare. In quest’ultimo caso come non citare il famoso “codas”, brevi serie di click, ripetuti secondo modelli stereotipati, della durata di pochi secondi. Secondo alcuni autori l’esistenza di “codas” di tipo diverso, legati a zone geografiche diverse, indicherebbe che il capodoglio potrebbe aver evoluto una sorta di identificativo regionale. In Mar Mediterraneo sono stati registrati codas che seguono il modello /// / (3+1) in oltre il 99% dei casi. Si può parlare quindi un coda tipico nel Mediterraneo. Un vero e proprio dialetto!
COME “PARLA” IL TURSIOPE – Tra gli odontoceti si è sviluppata anche la capacità di produrre veri e propri fischi, suoni di durata variabile e modulati in frequenza, utilizzati durante le interazioni sociali. In quest’ultimo caso il tursiope, ad eesempio, come anche l’orca, oltre alla capacità di ecolocalizzare, produce il cosiddetto “fischio firma”. Si tratta di una vocalizzazione stereotipata stabile nel tempo che caratterizza ogni individuo; i piccoli copierebbero il fischio firma della madre modificandolo leggermente e facendolo proprio in un vero processo di apprendimento vocale che si protrae per tutta la durata della vita dell’individuo.
COME “PARLANO” LE BALENE – Le grandi balene, invece non hanno sviluppato la capacità di ecolocalizzare. I suoni prodotti sono principalmente impulsi tonali a bassa e bassissima frequenza utilizzati per la comunicazione, anche se sembra che specie come la balenottera comune e la balenottera azzurra possano produrre suoni modulati in frequenza, utilizzabili per la navigazione e l’orientamento, attraverso una vera e propria “immagine acustica” dell’ambiente circostante. Che dire poi delle megattere. I maschi di questa specie possono produrre veri e propri canti composti di “elementi”, “frasi” e “temi” della durata di circa 20 minuti, ripetuti per ore o addirittura giorni, al fine di attirare le femmine della stessa specie durante il periodo dell’accoppiamento.
“LINGUAGGI DEL CORPO” – Oltre ai suoni prodotti grazie a specifici organi, i cetacei possono produrre segnali acustici con alcune parti del loro corpo. Il “tail-slap”, un colpo di coda dato dall’animale sulla superficie dell’acqua, alcuni salti, il “jaw-clap” prodotto chiudendo velocemente la mascella.
Studiare e comprendere il comportamento acustico delle varie specie di cetacei è un lavoro sicuramente interessante e intrigante ma allo stesso tempo estremamente complesso.
L’INQUINAMENTO ACUSTICO – Da non dimenticare infine un aspetto estremamente importante che da qualche anno sta tristemente suscitando l’interesse di numerosi ricercatori e scienziati; l’inquinamento acustico dell’ambiente marino.
L’ambiente marino è sicuramente una fonte di “rumore”: il vento, le onde, la pioggia, i microsismi sono certamente delle sorgenti di segnali acustici ma, a questi suoni, gli organismi si sono ben adattati nel corso della loro evoluzione biologica. I rumori e le vibrazioni prodotte dall’uomo, invece, attraverso il traffico navale, l’utilizzo di sonar, le esplosioni sottomarine, le attività militari, le prospezioni oceanografiche e geofisiche possono interferire in differenti modi con la vita dei cetacei e degli altri organismi marini. Oltre a causare, in casi estremi, la morte degli animali e gravi danni agli apparati uditivi dei cetacei, l’inquinamento acustico può limitare la capacità di comunicare, riconoscere i suoni dei conspecifici durante il periodo dell’accoppiamento e ancora interferire con la capacità di identificare gli ostacoli, le prede e i pericoli attraverso il loro biosonar. Altri effetti a medio lungo termine dell’inquinamento acustico possono essere cambiamenti nel comportamento, diminuzione del tasso riproduttivo, l’abbandono di alcune aree regolarmente utilizzate o cambiamenti delle rotte migratorie. Capire quindi quali sono gli effetti dell’inquinamento acustico sugli organismi marini è di primaria importanza al fine di individuare delle strategie e degli strumenti per ridurre le conseguenze dannose dei suoni di natura antropogenica.
Nino Pierantonio
13. continua
Giorni difficili per i ragazzi dell’Istituto Tethys, in Corsica per compiere il cenismento fotografico dei cetacei nel Santuario del Mar Ligure. Il tempo non è stato clemente e, al posto delle previste calme di gennaio, ha sfornato una serie quasi ininterrotta di fronti e burrasche con pochi intervalli di bel tempo, subito sfruttati per decollare e osservare il mare.
Sul blog della Tethys Simone Panigada racconta il 28 gennaio di un’ottima giornata con 44 avvistamenti fra cui un bellissimo gruppo di stenelle.
Anche giovedì 31 è stata una buona giornata: mare calmo come l’olio, 21 avvistamenti di delfini ma ancora nessuna balena. Sembrano essere del tutto assenti dal Santuario, questo inverno.

previsioni per sabato notte
“Gennaio è di gran lunga il mese migliore per un survey aereo invernale come quello che vi promettete di fare“. Erano tutti concordi: meteorologi, pescatori, comandanti di traghetti, piloti di aerei e velisti.
Così, però non è stato, almeno per ora. E a guardare la carta delle previsioni del fine settimana , non c’è davvero da stare allegri: l’immagine a fianco, relativa a sabato notte, include anche una bella macchia arancione, che significa 50 nodi di vento.
Leggete qui il post di Simone Panigada, il responsabile del progetto.
(11. continua)
Oggi sembrava esserci una finestra di bel tempo dopo tanti giorni di vento forte che hanno impedito le osservazioni. E poiché nei prossimi giorni le previsioni non sono buonissime (ed è un eufemismo), i nostri hanno provato ad alzarsi in volo.
Vento troppo forte e mare decisamente troppo mosso, nulla di fatto” è il laconico commento di Simone Panigada, dietro il quale immaginiamo molta e giustifcata frustrazione.
dita incrociate per i prossimi giorni, ragazzi.
(10. continua)
Sono ormai oltre 2600 i chilometri battuti dal Partenavia P-68C, con cui l’Istituto Tethys sta realizzando il censimento invernale dei cetacei nel Santuario Pelagos (nell’immagine, le linee colorate rappresentano i transetti percorsi).
Due osservatori attenti – a turno Simone Panigada, Giancarlo Lauriano e Nino Pierantonio – non hanno distolto un attimo lo sguardo dal mare, segnalando delfini, tartarughe, pesci luna e persino uno squalo elefante: cioè tutto quel che è sfilato per una fascia di 1250 metri sotto l’aereo. Le balene, poi, con la loro stazza, sarebbero visibili anche da più lontano. Finora, però, non ne è stata vista neanche una.
Eppure il Santuario è famoso proprio per l’eccezionale concentrazione, in estate, di questi immensi animali. Certo, la parola chiave qui è “invernale”: e il censimento è stato fatto proprio perché nessuno ha idea di quanti cetacei frequentino queste acque al di fuori dell’estate.
Rimane il fatto, comunque, che in tutto questo tempo non ne è stata avvistata nemmeno una. Certo, da queste parti in inverno ce ne saranno anche poche, e magari qualcuna di queste era solo uno o due miglia più in là, oltre la portata dello sguardo; oppure possiamo esserle passati sopra nel momento in cui era sott’acqua. Ma è possibile che stiano sempre troppo lontane o che tutte decidano di immergersi alla vista di questo aeroplano??
“La mancanza delle balene potrebbe essere dovuta alla zona coperta dal survey fino ad oggi” spiega Simone Panigada, responsabile del progetto (e vicepresidente dell’Istituto Tethys). “Ma a dire la verita’ non sappiamo nulla, o molto poco, sulla distribuzione di balenottera nel Santuario nel periodo invernale. Il Tirreno e’ sicuramente meno ricco del Mar Ligure, quindi pongo speranze nella parte nordoccidentale del Santuario – tutto al momento dipende dal tempo.
Si sa anche che alcune balene potrebbero lasciare il Mar Ligure all’inizio dell’inverno, passando per il Tirreno, ma queste saranno già scese prima del nostro arrivo.”
Per il momento, la bottiglia di vino per celebrare la prima balena rimane in cantina.
(9. continua)
“Tursiope solitario, a sinistra” segnala Simone Panigada, sporto nella “bolla” di plexiglas del finestrino e intento da 20 minuti a osservare e segnalare insieme a Nino Pierantonio, sull’altro lato. “Chissà se è pinna bianca” momora Giancarlo Lauriano, immettendo il dato d’avvistamento nel computer.
Il tursiope (Flipper della TV, tanto per capirsci) è un grosso delfino che vive in gruppo prevalentemente vicino alla costa.
Siamo a poche miglia dall’isola dell’Asinara, dove Giancarlo ha lavorato per anni. Conosce molto bene, in particolare, proprio la “colonia” di tursiopi che vive in queste acque perché li ha fotografati per anni, uno a uno, identificandoli sulla base di tacche, macchie, imperfezioni della pinna dorsale. Analizzando le foto lui e i suoi colleghi si son resi conto che alcuni delfini frequentano spesso questo tratto di mare. Pinna Bianca è uno di essi, ed è un animale che ama nuotare da solo. Potrebbe essere.
Ma la situazione per questa specie non è rosea: in Mediterraneo è “vulnerabile”, secondo la definizione della Lista Rossa delle specie a rischio estinzione dell’Unione per la Conservazione della Natura (IUCN). Uccisioni intenzionali e catture accidentali, oltre al rapido deteriorarsi dell’ambiente e, a volte, la scarsità di prede, sono i motivi del suo declino (qui il rapporto UE sulla situazione del tursiope).
Per questo l’Unione Europea assegna speciale protezione ai cetacei e impone agli stati, in particolare per questa specie attraverso la direttiva Habitat, l’obbligo di designare zone speciali di conservazione. Cosa che l’Italia non ha ancora fatto: per questo la Commissione europea ha avviato un procedimento di infrazione nei nostri confronti (e di altri sette stati: leggi questo articolo che illustra i dettagli) per l’inadeguatezza dei controlli.
Questo censimento dei cetacei nell’area del Santuario Pelagos, effettuato dall’Istituto Tethys con un finanziamento del Ministero dell’Ambiente, potrà dare qualche dato in più sulla loro presenza.
(8. continua)
E’ di gran lunga il pesce più grande del Mediterraneo, lo squalo elefante o cetorino. Gli adulti son lunghi mediamente fra i 7 e i 9 metri e passano la vita in mare aperto. Solo occasionalmente si avvicinano a terra, e quando ciò accade non passano inosservati: è accaduto nel 2001 in Adriatico, quando in pochi mesi ci sono stati decine di avvistamenti. Ma grazie alle segnalazioni dei pescatori (sportivi e professionisti), subacquei e appassionati di mare, abbiamo scoperto che arrivano praticamente ogni anno in Sardegna.
Lo squalo elefante, pur essendo ormai raro e a rischio estinzione, è infatti fra i pochi squali che è posibile vedere anche fuori dall’acqua, visto che passa molte ore in superficie con la pinna dorsale, la coda e spesso anche la punta del naso fuori dall’acqua. E’ lì per nutrirsi: è in superficie infatti che trova la massima concentrazione del plancton di cui si nutre.
MedSharks e CTS Ambiente hanno cominciato tre anni fa a occuparsi della presenza del cetorino in Sardegna. Vogliamo saperne di più su questo animale. Cosa lo attira in Sardegna? Da dove viene e dove va, quando sparisce dalla Sardegna? E’ un animale migratore, capace di attraversare interi oceani. I “nostri” squali rimangono qui o se ne vanno in Atlantico? Per scoprirlo abbiamo uno strumento che registra per mesi la posizione dell’animale, anche quando è sott’acqua. Però dobbiamo trovarlo, uno squalo su cui applicare la sonda.
Per questo il censimento aereo dell’Istituto Tethys è per noi un’occasione da non perdere. Se da 200 metri è possibile registrare la presenza di una stenella (1.80m), di un pesce luna (1 m circa di diametro, in media) e persino di sacchetti di plastica, un bestione di 7 metri non passa certamente inosservato.
E infatti, non è sfuggito all’occhio di Nino Pierantonio, ieri, in volo a cento nodi sul Golfo dell’Asinara.
Maggiori informazioni sullo squalo elefante
(7. continua)
C’era talmente tanta emozione nell’urlo di Nino Pierantonio alla vista dello squalo elefante, che il pilota si è spaventato temendo un fuoco a bordo o cose simili. A ragione (l’emozioine di Nino, non del pilota): un animale di quelle dimensioni non ti può lasciare indifferente, nemmeno se lo osservi da un aeroplano a duecento metri di distanza. Nemmeno, o soprattutto, se sei un biologo marino.
Son tornati, allora, i cetorini in Sardegna! Ora ho veramente troppo sonno, ve ne parlerò domani, dello squalo elefante e dei delfini avvistati all’Asinara. Per il momento chi volesse saperne di più sullo squalo elefante può leggere qui.
Bunanotte!!
(5. continua)

(4. continua)

A cento nodi, il Tirreno è piccolo come un lago. Lasci la Corsica e in pochi minui ecco Montecristo, poi il Giglio, Giannutri a destra, l’Argentario. Abituati alla lentezza di una barca, o paragonati a ritmi di un animale, è davvero un altro pianeta – ma è proprio questo l’incommensurabile vantaggio di fare il censimento dei cetcei (un progetto dell’ Istituto Tethys in collaborazione con l’ISPRA e il Ministro dell’Ambiente) dall’aereo piuttosto che da una nave.
Oggi riusciremo a compiere quattro “vasche”, dalla Corsica alla costa italiana, scendendo per “gradini” di una decina di miglia per la vasca successiva (che in realtà si chiamerebbe transetto).
E’ una giornata magnifica per volare: sole, qualche nuvola, mare piatto. Da 700 piedi – 200 metri d’altezza – si vede qualsiasi cosa galleggi in superficie (buste di plastica comprese, e ve ne sono davvero molte). Giancarlo Lauriano e Nino Pierantonio sono affacciati alle “bolle”, i vetri bombati che consentono di poter guardare sotto il ventre dell’aereo. Per tutta la vasca non alzeranno gli occhi per più di 20° dalla nostra verticale sul mare. Qualsiasi animale o cosa insolita che passi sotto di noi, per una fascia di circa quattrocento metri, viene segnalata a Simone Panigada che l’inserisce nel computer.
Per la prima ora di volo, accade poco: spazzatura, uccelli, un segnale di pesca, una quantità di pesciluna ma poco più. E’ volando sulla Corsica che sfiliamo sopra un falco e a uno stormo compatto di fenicotteri: magnifico. 
E’ il segnale: pochi minuti dopo Nino e Gianluca all’unisono chiamano “delfini!”. Sono sei, quattro da un lato, due dall’altro. Torniamo con un largo giro a volarci sopra altre due volte, il tempo di scattare due foto e fissare in memoria il loro profilo. Cento nodi sono tanti, il passaggio è rapido e i delfini sott’acqua non sempre sono ben visibili. Le foto sono quindi importanti per confermare l’identità di queste specie: nel nostro caso sono stenelle, i piccoli delfini del mare aperto.
Via via che ci allontaniamo dal ridosso della Corsica e che passano le ore, il vento prende forza e monta a schiuma le onde. Forza 3 è il limite oltre il quale gli occhi faticano a distinguere la presenza di un animale e così, con un bilancio di tre gruppi di delfini, una tartaruga e una dozzina di pesci luna, rientriamo a Bastia.
Qui una galleria di immagini dall’aereo.
(3. continua)
In Corsica è primavera: il cielo sul mare è sgombro e i ragazzi dell’Istituto Tethys e dell’ISPRA ne hanno approfittato per volare quasi sette ore, oggi.
Stanno facendo qualosa di unico: nessuno mai, prima d’ora, ha tentato un censimento aereo delle balene nel Santuario dei Cetcei. Ma a dirla tutta, l’ultimo (e unico) censimento delle balene mai portato a termine risale al remoto 1992. E’ di allora la stima di 3.500 balenottere in tutto il Mediterraneo, di cui un migliaio (in estate) nel Santuario. Dati remoti. Perché l’unica cosa certa da allora è che, in un analogo censimento effettuato la scorsa estate, gli avvistamenti sono stati così pochi da essere statisticamente non significativi.
Simone Panigada (vicepresidente dell’Istituto Tethys e responsabile di questo progetto), Giancalo Lauriano dell’ISPRA (ex ICRAM) e Nino Pierantonio (Tethys) sono stanchissimi e contenti: ancora nessuna balena, ma molti delfini, pesciluna, due tartaughe. Nessuno squalo elefante, che è princialmente la ragione per cui io sono qui (se ignoriamo il fatto che volare sul Mediterraneo è il mio sogno da quando ho giocato a Karen Blixen volando sul Mar di Cortez inseguendo balene, delfini e otarie tanti anni fa).
Il bollettino è buono, domani Karen volerà sul Suo Mediterraneo.
E’ tardi, devo ancora sistemare le macchine fotografiche.
(2. continua)
C’erano molti occhi attenti, oggi, a frugare fra le onde in cerca di pinne. Dal mare e dal cielo.
Elisa Muzi e Cristina Luperini erano per puro caso di turno sul mio traghetto della Corsica Ferries. Da un anno lavorano alle loro tesi facendo la spola sulla rotta Livorno/Bastia su queste navi per il progetto Crab/Accademia del Leviatano. Quattro ore, 65 miglia, andata e ritorno in giornata una volta alla settimana per undici mesi. Elisa comincia a tirare qualche somma: “In primavera avvistavamo 5-6 balene a corsa, anche in piccoli gruppi, poi sono andate via via calando e da un mese vediamo solo stenelle“, i piccoli delfini d’alto mare, racconta. Cosa fanno le balene che avvistate? “Sono per lo più in spostamento, ma obiettivamente è difficile capire di più, passando a questa velocità (25 nodi). Comunque, per qualche ragione preferiscono passare fra la Gorgona e la Capraia: solo una fra tutte è passata in mezzo al canale. Cos’abbia di speciale questo corridoio però non lo sappiamo“. Molte le stenelle e i tursiopi (ci raccontano, perché in questo viaggio abbiamo intuito in verità solo il tuffo di un delfino, subito scomparso), in estate i pescispada spesso saltano fuori dall’acqua, e poi pesci luna, qualche tartaruga e tantissimi uccelli marini rompono la monotonia del mare aperto. A patto di stare con gli occhi aperti a frugare il mare, beninteso, e non al riparo dell’aria condizionata a guardar la TV.
In queste stesse ore, tre ricercatori stanno sorvolando questo stesso mare sempre alla ricerca di delfini e balene. Se ce ne sono, le staneranno. Non vedo l’ora di ascoltare i loro racconti.
(1. continua)
E’ quello che stanno per fare i ricercatori dell’Istituto Tethys, impegnati nel primo censimento invernale dei cetacei nel Santuario Pelagos effettuato dall’aria. Sappiamo che l’area del Santuario è d’estate assai frequentata dalle balene, ma in inverno la situazione è assai meno conosciuta. Anche perché il tempo spesso non consente di uscire a mare: da qui l’idea di studiare la situazione dall’alto.
“L’area interessata dal monitoraggio aereo coprirà l’intero Santuario Pelagos, ovvero le acque comprese tra la costa ligure e toscana e le isole di Corsica e Sardegna“ – spiega Simone Panigada, vicepresidente di Tethys. “Abbiamo preferito un aereo perché, rispetto alle imbarcazioni utilizzate di solito per la ricerca sui cetacei, è un mezzo che dipende di meno dalle condizioni meteorologiche e permette di ottimizzare la raccolta dei dati concentrando le uscite in poche giornate caratterizzate da condizioni meteo-marine favorevoli e buona visibilità”. Al censimento parteciperà anche Giancarlo Lauriano, ricercatore dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).
L’aereo utilizzato sarà un Partenavia P-68 equipaggiato conspeciali finestrini “a bolla” che consentiranno ai ricercatori di scrutare il mare sottostante. Questi piccoli aerei bimotore sono ideali per questo tipo di ricerche e già ampiamente utilizzati nell’ambito di survey su balene e delfini in acque extra-mediterranee.
Questo primo censimento aereo invernale avrà anche lo scopo di identificare la presenza di habitat critici per i cetacei e fornire indicazioni utili alla gestione di quest’area protetta







